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Pindaro

Pindaro è il celebratore aulico della vittoria, parte di valori sentiti come perenni: lo sport ha in lui poco spazio. Nasce a Cinoscefale, nei pressi di Tebe, fra il 522 e il 518 a.C., forse di nobile famiglia, studia ad Atene; durante questo periodo avvengono le grandi date delle guerre persiane (490 a.C. a Maratona, 480 a.C. a Salamina), ma nei suoi componimenti non se ne trova notizia: Tebe infatti aveva appoggiato i Persiani. Anche lui giunge da Ierone di Siracusa, ma la leggenda biografica lo fa morire nel 438 a.C. L’edizione alessandrina di diciassette libri era costituita da quattro libri di epinici (per le feste Olimpiche e nemee di Zeus, pitiche di Apollo ed istmiche di Poseidone) e di altri canti religiosi, θρῆνοι, carmi simposiali, di cui rimangono pochi frammenti. Come in Simonide, ritorna il tema della concorrenza fra arte figurativa e poesia, con una netta vittoria della seconda: più che affermazioni ideologiche, si tratta di mera propaganda per la propria attività. Pindaro crede che la poesia sia un’arte innata, elitaria, e vede nei destinatari una certa selezione, determinando la cosiddetta stratificazione dei messaggi: pochi possono coglierne il senso profondo. Occasione principale dell’epinicio è la vittoria sportiva, ma il mito e l’evento sportivo vengono trattati marginalmente, poiché considerati già noti. Problema della critica moderna, e non antica, è stata quella della unità dell’epinicio, legata anche ai celebri voli pindarici: ma va ricordato che il tema centrale era la lode del vincitore, in cui tutto il resto non era nient’altro che cornice. I suoi principali committenti erano tiranni, aristocratici, e più in generale ricchi borghesi. Il resto della sua produzione letteraria si divide fra i canti religiose, più abbondanti, e gli encomi funebri, su cui tuttavia Simonide certamente prevaleva. Ci rimangono anche alcuni scolii, in cui intreccia motivi tradizionali a personaggi a cui era legato amichevolmente. Con lui l’epos e il mito tornano alla sua antica funzione, ossia di proporre modelli eroici di comportamento. È un’etica dell’assoluto, contrapposta a quella relativistica di Simonide, quest’ultima presto vincente. La sua lingua è un impasto artificiale di lingua epica ed innesto dorico, pur sempre moderato. La sua opera ha grande fortuna fin dall’inizio.