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Callimaco

Callimaco è il primo editore della sua opera: nasce dall’esigenza di costruire attentamente l’opera per un futuro liber poetico. La figura dell’intellettuale, il nuovo canale di cultura (il libro), la mancanza dell’occasione, portano il poeta ad una maggiore libertà, quasi arbitraria. Nasce a Cirene prima del 300 a.C., sotto il regno dei Tolomei: ci è ignota la data di morte, sicuramente dopo il 246 a.C. Lavora lungamente alla biblioteca di Alessandria ma, benché i suoi rapporti con il sovrano siano forti, non ne diventerà mai sovrintende. Ci rimangono integri sei inni e sessantatré epigrammi. Ormai non è più al centro della discussione la bravura, ma la diversità della poetica. Gli Inni sono composti in esametri, assolutamente estranei alla tecnica omerica, e con un profilo tematico differente dagli inni normali: non è la solita invocazione, ma un episodio del mito del dio che si preferisce alla consueta elencazione di doti e funzioni divine. L’Inno a Zeus (I) è l’immaginaria cornice di riferimento di un simposio di eruditi; l’Inno ad Apollo (II) tratta invece le origini della città di Cirene; l’Inno ad Artemide (III) introduce le prerogative della dea attraverso una scenetta di vita quotidiana; l’Inno a Delo (IV) è un excursus geografico sul vagabondare di Latona; I lavacri di Pallade (V) è in distici elegiaci appositamente studiati per la narrazione del mito di Tiresia ed Atena; l’Inno a Demetra (IV) tratta ancora un solo episodio, quello della fame insaziabile di Erisittone. Gli Aitia sono una raccolta di elegie in distici elegiaci in quattro libri, che ricostruiscono l’origine di culti, usanze e altro, fra cui il mito di Aconzio e Cidippe, e della Chioma di Berenice. Si credeva che Callimaco scegliesse varianti remote dei miti, ma non è così: si tratta anzi di miti ben conosciuti, che il poeta citava soltanto marginalmente appositamente per questa ragione. Nei Giambi, diciassette carmi in differenti generi e metri, si evidenza la sua volontà compositivi assolutamente nuova: il primo è un vero e proprio manifesto di poetica, un esperimento letterario con nuove e audaci combinazioni di forme. L’Ecale è un epillio, forse scritto perché accusato di non saper comporre un grande poema: è un episodio marginale delle gesta di Teseo, che di ritorno da Maratona, ritrova la vecchia Ecale morta, donna che poco tempo prima l’aveva ospitato. È un racconto eziologico, di cui la vera protagonista è Ecale: un epos che è antiepos. Gli epigrammi, contenuti nell’Antologia Palatina, non sono tutti certamente attribuibili a Callimaco; a lui si devono comunque molti altri scritti, di carattere filologico ed erudito. La sua è una lingua omerica aggiornata alle forme e alla produttività della lingua ellenistica; ebbe fortuna prima negli ambienti dotti, e poi grande successo a Roma. Euforione di Càlcide fu un suo grande seguace, tuttavia esasperando i tratti del maestro.